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C’è chi ha bisogno di un’eco,
di parole gridate,
di canzoni che riempiano il vuoto
di chi non sa guardarsi dentro,
da solo,
nel buio di una stanza.
È una bellezza che vive di scena
e di suoni prestati.
Conoscono la verità che hanno dentro
e se non fa rumore, spaventa:
allora ci si perde nel coro
per non reggere il vero.
Ma esisteva,
e ancora esiste immutato,
un altro sguardo.
Un Uomo che sapeva guardare
fino a toglierti il fiato,
fino a farti sentire che la terra mancava
sotto il peso di un’unica appartenenza.
C’è ancora un fuoco
che non chiede permesso,
una febbre latente
che rende sacro ogni contatto.
E non graffia mai.
Accarezza.
Per questo ti cerco ancora.
Ti cerco ovunque.
Tra le strade e nelle piazze
che oggi sono un deserto per me.
Ti cerco mentre il brusio della gente
si fa, d'improvviso, voce.
E ogni volta un sussulto:
mi volto.
Un brivido.
L’illusione di scorgere un volto,
buono e perduto,
mentre fuori il mondo
corre verso la distrazione.
Ma è più facile preferire l’eco, alla fine.
La superficie lucida di un verso antico
che non impegna il cuore.
Per paura?
Ma spero che un giorno,
lontano dagli applausi,
quando la musica si spegnerà
e resterà solo il silenzio,
in quella stanza colma di vuoti,
Tu possa ricordare
cosa vuol dire tremare ancora.
Quando basterà un solo sguardo,
nudo,
per dirti tutto quello
che i suoni prestati
non sapranno dirti mai.